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E adesso… le vere buone notizie

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Anneghiamo tra le notizie… Quante di queste avranno ancora importanza nel lungo termine? Quante notizie tra quelle che hai sentito oggi avranno ancora importanza tra 10 anni? E tra 100? E’ questo uno dei principi, insieme a quello di giornalismo delle soluzioni (o giornalismo costruttivo), a cui Buone Notizie vuole inspirarsi per raccontare ciò che conta davvero, quelle notizie che possono ispirare le persone e dare una visione migliore del mondo in cui viviamo.

Kirk Citron, ideatore del progetto “Long News”, raccoglie storie che contano non solo oggi, ma che risuonano per decenni, e anche secoli, a venire. Il suo progetto fu presentato in uno dei tanti TED Talk. In questo video, mette in luce alcune notizie che hanno grande rilevanza ancora oggi e hanno la capacità di plasmare il nostro futuro…

Spetta a noi decidere cosa leggere e cosa guardare! O no?

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Oggi è stato pubblicato su CheFuturo! un articolo a firma di Loretta Napoleoni, particolarmente in linea con lo spirito di BuoneNotizie, perché tocca un tema, quello della censura, che più volte è emerso attraverso i vostri commenti sul nostro sito. Le domande che spesso ci vengono poste dai lettori più attenti sono: come scegliere gli argomenti da pubblicare come buone notizie e quali no? Perché guardare solamente il bicchiere mezzo pieno? E quello mezzo vuoto?

Per rimanere più fedeli allo spirito dell’articolo di Loretta, dopo che la settimana scorsa Fox News ha diffuso sul proprio sito web il video dell’esecuzione del pilota giordano arso vivo in una gabbia di ferro, la domanda è: come impedire che internet e i social media diventino strumenti di propaganda del terrorismo? Tradotto in senso più ampio: come evitare che i media (tutti) inseguano qualunque notizia pur di avere impennate di ascolti?

Servizio Pubblico, trasmissione condotta da Michele Santoro, ha pensato bene di replicare l’esperimento a casa nostra mandando in onda il video integrale, probabilmente ingolositi dall’impennata di traffico registrata da Fox News. Risultato: audience alle stelle. Il dibattito si è aperto sui social media: c’è chi pensa che pubblicare orrori di questo genere sia diritto di cronaca, in nome di una corretta e imparziale informazione, e c’è chi dice che materiali di questo genere non dovrebbero assolutamente essere diffusi. Personalmente concordo con gli ultimi, invitandovi a fare questa riflessione: spetta a noi (unica specie sulla Terra ad essere dotati di intelligenza razionale) decidere cosa leggere e cosa guardare? Oppure lasciamo che a farlo sia il nostro cervelletto, attratto da qualunque culo (vedi immagine in alto) venga proposto al cospetto delle telecamere?

A voi l’ardua sentenza. Attendiamo i vostri commenti…

Eppur si muove! Quale sarà la prossima rivoluzione (con un po' di auto-ironia)?

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Certe rivoluzioni, si sa, sono lente: non ti accorgi di essere dentro fino al collo a un cambiamento epocale fino a quando non gli viene attribuito un nome oppure non ti fermi a riflettere su come era la tua vita dieci o vent’anni fa. E’ stato così per la “rivoluzione informatica”, quando i signori Bill Gates e Steve Jobs, in competizione fra loro, hanno portato un computer in ogni casa. E’ stato così per l’avvento dei telefoni cellulari: vent’anni fa chi aveva un telefono in auto era considerato un ricco, e chi passeggiava sul marciapiede con una specie di enorme citofono in mano era considerato un pirla.

Sono cambiamenti che sono avvenuti nel giro di una decina d’anni e che hanno migliorato la qualità della nostra vita in maniera incredibile! Certo, qualche lato negativo c’è sempre (vi fa male il pollice perché inviate troppi sms, o vostro figlio ha fatto troppa amicizia con la Playstation), ma pensatevi vent’anni fa… fermi con l’auto guasta in una strada di campagna senza il cellulare, oppure a fare la coda in posta dalle 7:30 di mattina quando c’erano ancora i registri scritti a mano (d’accordo, in questo caso le cose non sono cambiate granché… ma è un dettaglio).

Quale sarà la prossima rivoluzione? A parte quelle che ci raccontano ogni giorno i mass-media… (che durano mediamente 7 giorni, fateci caso: da qualche giorno si sta parlando della grande nevicata attesa al nord e dell'”Italia nella morsa del gelo” – questa oltretutto è ciclica e uguale ogni anno; la settimana scorsa era tutta dedicata all’elezione del Presidente della Repubblica e del “patto del Nazareno”; quella precedente della crisi greca; qualche settimana prima si parlava solo del massacro di Charlie Hebdo – oggi nessuno sa nemmeno che le pubblicazioni sono state auto-sospese per un mese) …penso che la prossima rivoluzione riguarderà proprio il modo di fare informazione.

Dopo l’avvento di internet e del digitale, che l’ha resa un po’ più democratica e certamente più diffusa, tra dieci anni non sentiremo più parlare in modo così ossessivo di stragi e di scandali. Almeno lo spero! Anche perché BuoneNotizie, ovvero il progetto su cui stai leggendo questo editoriale, è stato candidato dal network internazionale ImpactHub (nello specifico dall’Hub di Milano) a concorrere tra le 300 start-up europee per portare il nostro modello di informazione al di fuori dei nostri confini, grazie al progetto europeo BENISI, che punta tutto sulla scalabilità di progetti ad alto impatto sociale. E seppur la nostra adesione non sia stata tra le più fulminee (ci abbiamo messo un po’ di tempo prima completare il form di adesione e formalizzare la nostra candidatura) mi auguro davvero che le nostre buone notizie possano arrivare poco alla volta (…un po’ come gli aggiornamenti di questo sito) in tutta Europa! Eppur si muove!

Silvio Malvolti
fondatore di BuoneNotizie
@silviomalvolti

Una veduta del Castello di Taranto

A Taranto non c'è solo l'ILVA: da oggi ci sono anche buone notizie…

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“Desideriamo ispirare le persone attraverso la visione di un mondo migliore di quello che ci viene raccontato”
è il claim che ho scelto all’inizio del nuovo anno, e pubblicato nel footer di questo sito. E’ questa infatti la principale missione, la più importante, la più profonda, che il progetto BuoneNotizie vuole cercare di realizzare attraverso queste pagine. Ho ricevuto ieri con grande piacere l’e-mail di un nostro lettore, che desidero condividere con tutti voi, affinché iniziative ed esempi come questo siano di ispirazione per tante altre persone che, come Stefano e i suoi collaboratori, abbiano la volontà, il coraggio e la determinazione di cambiare il mondo, un pezzettino alla volta…

Gentile redazione, ringraziandovi per il pregevole lavoro che svolgete, mi preme confidarvi che siete stati fonte di ispirazione per il nostro progetto. Da oggi è on-line il sito Tarantoeventi.it, che si occupa di arte, cultura e spettacolo a Taranto e provincia, ma che soprattutto si pone come scopo primario quello di pubblicare solo buone notizie.
La nostra città è raccontata al resto dell’Italia solo come una città martoriata dalla questione ILVA e dai problemi economici e di salute che l’intero indotto industriale provoca. La nostra città, però, ha una storia millenaria di rilievo mondiale, è stata la capitale della Magna Grecia e fiero baluardo della cultura mediterranea. Oggi, è ancora una città con un microclima unico ed invidiabile, con il mare tra i più belli d’europa ed una popolazione che fa tutto meno che arrendersi al declino imposto dalle istituzioni.
Non abbiamo bisogno di leggere notizie locali di cronaca nera o giudiziaria, non abbiamo bisogno della politica e siamo equidistanti da ogni lista, movimento o partito; abbiamo bisogno di fiducia, prima di tutto in noi stessi, abbiamo bisogno di sorridere e di tenderci la mano. Per questo motivo, idealmente, abbraccio e mi complimento con ognuno di voi per le notizie che mi fate leggere e per il coraggio che, inconsapevolmente, avete infuso ad ognuno di noi. Con stima.

Stefano Zizzi

I miei migliori auguri Stefano, a te e tutti i tuoi collaboratori, per il successo della tua iniziativa, che anche noi di BuoneNotizie.it sosterremo, inserendo da oggi il vostro flusso di buone notizie nel nostro aggregatore BuoneNotizie PLUS e leggendovi ogni giorno!

Silvio Malvolti
@silviomalvolti

Ebola: l'ennesimo inutile allarmismo dei media

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Sono passati solo cinque anni da quando si sarebbe dovuta diffondere la cosiddetta “pandemia rosa”: un virus che, se non ricordo male, colpiva i maiali e di conseguenza gli esperti sconsigliavano l’acquisto di carni e derivati. Oggi non ce n’è più traccia nemmeno su Google! Fu in quella occasione che scrissi il seguente post, che vi invito a rileggere lasciando trarre a voi le dovute riflessioni sul modo in cui si parla oggi del prossimo “allarme” mondiale chiamato ebola:

Era la fine del 2003 quando il caso dell’aviaria scatenò la fantasia apocalittica dei media e di “esperti” scienziati che arrivarono addirittura a predire la morte di milioni di persone. Prima di lei, era avvenuta la stessa cosa con il morbo della mucca pazza nel 2001. Fu allora che la parola “pandemia”, ovvero epidemia su vastissima scala, iniziò ad essere stampata a caratteri cubitali sulle testate di tutto il mondo. Notizie che era certamente doveroso diffondere per far conoscere il potenziale pericolo alla popolazione mondiale, ma con la dovuta cautela.

Certi allarmismi ci travolgono periodicamente, passando innanzitutto per il piccolo schermo (gli italiani purtroppo ne fanno un uso smodato) e hanno un impatto inimmaginabile sulle nostre vite e sulle nostre abitudini. Se provassimo a spegnere la tv e a non leggere i giornali per qualche settimana i nostri comportamenti nei piccoli gesti di tutti i giorni sarebbero certamente diversi, saremmo meno preoccupati e ci sentiremmo più leggeri, senza sentire nel petto quel peso, quel senso di oppressione, quella negatività che ogni giorno ci viene propinata dai mass-media.

I telegiornali italiani sono un concentrato della peggiore spazzatura del mondo, racchiusa, rappresentata, (mal)interpretata in uno spazio di 30 minuti e abilmente mescolata a qualche “esploit” pubblicitario spacciato per notizia. Ovvio: peggiori sono le catastrofi, maggiori sono gli ascolti. Ma non dimentichiamoci che fuori dal quel piccolo schermo, dalle pagine dei quotidiani, la realtà è molto diversa.

Ci è passata la voglia di sorridere. Non ci fidiamo più dei nostri vicini. Se incrociamo un extracomunitario lo guardiamo come se fosse un delinquente, un appestato, o non lo guardiamo proprio. Temiamo per l’educazione dei nostri figli. Abbiamo pregiudizi verso chi ha una fede diversa. Siamo convinti che il mondo vada male e che andrà sempre peggio.

Come cantava Jovanotti nella sua famosa canzone “Safari”, abbiamo “la tele accesa e la porta chiusa”: in questo modo saremo certamente al sicuro!

Leggi anche: Ecco perché l’informazione positiva cambierà i media

E’ il giornalismo costruttivo la chiave per tornare a leggere i giornali?

Ecco perché l'informazione positiva cambierà i media

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In qualità di delegata del CICR (Comité International de la Croix Rouge), Isabelle Bourgeois è stata inviata nelle zone di conflitto più scottanti del pianeta: Kossovo, Etiopia, Iran, Iraq… Sono stati anni difficili dei quali, tuttavia, Isabelle conserva dei bei ricordi: “Nel corso delle mie missioni umanitarie – ci rivela – ho visto più slanci di solidarietà e di generosità che atti di barbarie: slanci che, però, la stampa ha passato sistematicamente sotto silenzio!” E’ credibile, in effetti, che i mass media “dimentichino” deliberatamente tutti questi gesti di speranza. “Accendendo la televisione, di sera, dopo 14 ore trascorse proprio nell’occhio del ciclone – prosegue – nei notiziari non riconoscevo assolutamente nulla di ciò che avevo vissuto in prima persona. Per esempio: perché nessuno ha mai parlato di quegli Iracheni che rischiavano la pelle togliendo mine inesplose per riparare una conduttura d’acqua?”.

Tornata in Svizzera nel 2003, Isabelle ha fatto del suo lavoro di giornalista un’arma per tentare di invertire la tendenza. Parallelamente al ruolo di caporedattrice del giornale interno del CICR, ha creato un blog dedicato esclusivamente all’informazione positiva.

Il giornalismo costruttivo a favore di un approccio positivo alla realtà. Isabelle non è la sola a marciare in questa direzione: un po’ ovunque, in Europa e negli Stati Uniti, vengono alla luce media specializzati in ‘giornalismo costruttivo’ o ‘giornalismo delle soluzioni’. Questa tendenza – in pieno fermento – si tiene ben lontana da qualsiasi forma di buonismo. Non si tratta, infatti, di negare le ingiustizie e le catastrofi che dilaniano il nostro pianeta, ma di porre l’accento su tutto ciò che può contribuire a risolverle. Gli oceani sono infestati di bottiglie di plastica? Un olandese geniale, Boyan Slat – 19 anni – ha trovato il modo per sbarazzarsi di questi rifiuti. Migliaia di famiglie americane hanno l’acqua alla gola per i debiti? Un gruppo di attivisti, i ‘Rolling Jubilee Fund’, usa il sistema del crowdfunding per aiutarle: ad oggi, il gruppo è riuscito a rifondere debiti per circa 14,7 milioni di dollari.

Ciò che rimane da capire è se questo tipo di media possa costruirsi un pubblico. Secondo un adagio noto ai giornalisti, infatti, solo le brutte notizie riuscirebbero a vendere. La verità, però, è che a furia di dipingere il mondo in nero i media hanno finito per stancare i loro utenti. E’ ciò che afferma Sean Dagan Wood, direttore del trimestrale inglese di giornalismo costruttivo ‘Positive News’ : «Non potete immaginare quante volte le persone mi dicono: ‘Ho smesso di leggere le notizie perché sono troppo deprimenti. I giornalisti cercano si servire la società esponendone i problemi, ma il modo in cui li trattano è così negativo che finiscono per trasmettere un senso d’impotenza e per allontanare le persone dal mondo dell’informazione. I reporter finiscono per remare contro se stessi.»

Da parte sua, ‘Positive News’ riesce a sfuggire alla crisi della stampa con una tiratura fissa che si aggira intorno alle 25.000 copie. Fenomeno unico nell’industria dei media, la testata è distribuita in Inghilterra grazie a volontari, gli stessi lettori, così legati al giornale da ordinare decine di copie per ogni numero e diffonderle in seguito nei punti commerciali del loro paese.

Una schiera di lettori impegnati. «Quando avete il vantaggio di essere un media indipendente, i vostri lettori possono permettersi di andare molto lontano e sostenervi – afferma Valentina Marchioni, giornalista e redattrice della nostra testata ‘BuoneNotizie.it’ –  Da parte nostra, abbiamo lanciato il programma ‘Diventa ambasciatore di Buone Notizie’ in cui invitiamo i nostri lettori a condividere le notizie proposte dalla redazione».

Davanti a questo successo, anche i media di grande tiratura iniziano a seguire la nuova onda. Il 22 giugno 2013, 22 grandi testate (fra cui Le Monde, Times of India, El Watan) hanno parteciato all’ ‘Impact Journalism Day’, una giornata mondiale dedicata al giornalismo costruttivo organizzata dal sito Sparknews. Nel giro di 24 ore, i media partner dell’iniziativa hanno pubblicato simultaneamente degli articoli in linea con i principi del giornalismo costruttivo, letti da quasi 50 milioni di persone. La seconda edizione è prevista per il prossimo 20 settembre.

Gilles Vanderpooten, che dirige l’associazione francese ‘Reporters d’Espoir’ conferma questa tendenza: «Soltanto alcuni anni fa – racconta – i direttori delle grandi testate erano diffidenti. Oggi, invece, il 95% dei giornalisti capisce cosa stiamo facendo e aderisce all’iniziativa». Come risultato, l’associazione è diventata partner dei grandi media per alcune edizioni seciali: TF1 una settimana all’anno, L’Espresso per un fuori serie o ancora Libération per il ‘Libé des Solutions’. Con un incremento delle vendite del 20%, questa edizione speciale di ‘Libé’ realizza di fatto il lancio annuale più riuscito del giornale.

Allo stesso modo, Buone Notizie ha ispirato e fornito spunti, e fornisce tuttora, a decine e decine di testate come Focus, con la sua rubrica Buone Notizie, il free press Metro, con cui ha un accordo di collaborazione, Radio24, con il format “Si può fare”, MSN.it, con la rubrica Buone Notizie, Corriere della Sera, prima con l’iniziativa #buonenotizie e poi con #ItaliaVoltaPagina, e molti altri.

E se il giornalismo costruttivo fosse il futuro dell’informazione? Un modo per porre fine alla crisi della stampa e permettere allo stesso tempo di vedere, finalmente, il bicchiere mezzo pieno?

Fonte: Bluewin.ch

Constructive News Project è stato realizzato con il contributo di Regione Lombardia e Fondo Sociale Europeo.

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Buone Notizie diventa partner del network internazionale TMI

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Il mondo dell’informazione internazionale sta cambiando: sono diverse le esperienze che stanno prendendo vita tra giornalisti ed esperti di media a livello globale finalizzate ad aprire il giornalismo tradizionale ai nuovi e diversi scenari che caratterizzano il mondo contemporaneo. Ci si sta accorgendo dunque di quanto sia necessario dare spazio e voce a nuovi giornalismi possibili, che abbandonino la tendenza – oggi preoccupantemente diffusa – di focalizzarsi esclusivamente sul problema.

Tra le esperienze più significative sicuramente il Tranformational Media Initiative, network globale di pionieri della comunicazione -cui Buone Notizie ha recentemente aderito- impegnato nella definizione di strumenti narrativi e mediatici che siano in grado di raccontare i fatti esprimendo idee e prospettive, trovando soluzioni ai problemi affinché i lettori non siano lasciati alla mera descrizione dei fatti, ma siano allo stesso tempo informati sulle possibili soluzioni. I membri di TMI si sono dati appuntamento al 26 ottobre al 2 novembre a Washington DC, per il TM Summit 2014, evento a cadenza biennale in cui esponenti del mondo del giornalismo costruttivo (scopri cos’è cliccando qui) e della comunicazione metteranno a fattor comune esperienze e prospettive per lo sviluppo di media intelligenti pronti a rispondere alle sfide più importanti del nostro presente e futuro.

Vale anche la pena di ricordare il Solutions Journalism Network un network questo totalmente made in USA, fondata da David Bornstein e Tina Rosenberg, due editorialisti del New York Times insieme a Courtney Martin e di cui fa parte anche Keith Hammonds, coautore dello studio “The Power of Solutions Journalism condotto da ricercatori dell’Università del Texas. Anche in questo caso, i giornalisti del network sono interessati ad affrontare ed ampliare un limitato e riduttivo ecosistema giornalistico, arricchendolo con articoli e inchieste che descrivino un problema e una possibile soluzione, nella speranza di coinvolgere maggiormente e in maniera costruttiva i lettori. Keith Hammond è convinto che “[ci] sia un enorme divario in termini di coinvolgimento del lettore tra le storie che raccontano ciò che non funziona e quelle che invece includono dati basati su reali evidenze e fatti nel tentativo di mettere a posto ciò che va nel verso sbagliato”. Molti lettori si sentono dunque più coinvolti e responsabilizzati quando, oltre che parlare di ciò che non va, il giornalista sia in grado di offrire soluzioni di qualità al problema stesso.

L’esperienza di collaborazione tra BuoneNotizie.it e il network di TMI sul progetto dedicato al giornalismo costruttivo è stato possibile grazie al contributo di Regione Lombardia e Fondo Sociale Europeo.

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Un giornalismo costruttivo la chiave per tornare a leggere i giornali?

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Partiamo da un asssunto: i giornali -chi più chi meno- non vendono più. Ciò che gli editori maggiormente lamentano è la mancanza di lettori. Cosa fare allora? Un utile suggerimento arriva da un gruppo di ricercatori dell’Engaging News Project, spin-off dell’Università del Texas, secondo i quali, per attirare lettori è necessario dare maggior spazio al giornalismo costruttivo, ovvero a notizie e inchieste che, coprendo argomenti scottanti e inevitabili, cerchino però di andare oltre lo scandalo, esplorando quindi non solo il “cosa” e il “perché” ma offrendo suggerimenti su “come” superare e risolvere i problemi sociali evidenziati.

Per dimostrare l’impatto del giornalismo costruttivo sui lettori, il professor Alex Curry dell’Università del Texas, già membro dell’ufficio comunicazione del governatore Arnold Schwarzenegger, ha condotto un’indagine, i cui risultati sono contenuti nel documento “The Power of Solutions Journalism” (“Il potere del giornalismo orientato alle soluzioni”) su un panel di oltre 700 individui ai quali è stato chiesto di leggere uno di sei articoli ispirati a storie contenute nella colonna del New York Times, Fixes e relative a tre diversi problemi sociali: senzatetto, traumi infantili e povertà. Per ognuna di queste tematiche sono state preparate due diverse versioni di uno stesso articolo: una contenente la mera denuncia del problema e una seconda, identica alla prima, ma con l’aggiunta di una soluzione al problema.

Dopo aver letto uno di questi sei diversi articoli, agli intervistati è stato chiesto di rispondere a un sondaggio su quanto avevano letto. I risultati dello studio hanno mostrato che i soggetti a cui era stato presentato l’articolo con un approccio alla soluzione al problema, una volta letto il pezzo, avevano la chiara percezione di sentirsi più informati e interessati all’argomento, a differenza di quelli cui era stato chiesto di leggere la storia senza approccio costruttivo. Oltre a ciò, i ricercatori hanno notato che le persone a cui è stato chiesto di leggere “storie costruttive” non solo si sentivano più ottimiste, ma erano anche più propense a cercare altre storie che avessero lo stesso approccio, approfondire quanto letto e -molto importante per editori e inserzionisti- condividere la notizia sui canali social. Non è una novità, se ricordiamo che  qualche anno l’Università della Pennsylvania aveva già condotto uno studio simile sulle notizie positive.

I ricercatori dell’Engaging News Project sono dunque convinti che il giornalismo costruttivo (cui loro più spesso si riferiscono come “orientato alle soluzioni”) oltre ad essere un’interessante alternativa allo stile tradizionale d’inchiesta, sia anche uno strumento giornalistico efficace e utile sia per i lettori quanto degli editori e degli inserzionisti.

Constructive News Project è stato realizzato con il contributo di Regione Lombardia e Fondo Sociale Europeo.

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